Il Senzatetto - Olga L. Juravlyova

Autrice: Olga Leonidovna Juravlyova

Perugia, bozza scritta il 20 marzo 2019 e la versione finale il 26.08.2025

La continuazione del racconto “La mia storia della Scarzuola” pubblicato nel 2022  nell'Antologia "Racconti Umbri".

Nota dell’autrice:
Il titolo Il Senzatetto non si riferisce alla Spada nella Roccia, pur presente nel racconto, ma al vero cuore di questa esperienza: l’Abbazia di San Galgano, il Tempio senza tetto. La sua mancanza di copertura diventa ricchezza, il vuoto diventa cielo, e ogni pietra racconta storie di fede, mistero e memoria. Ho scelto questo titolo per guidare il lettore in un piccolo inganno: ci si aspetta un racconto sulla Spada leggendaria, e invece ci si trova immersi nella sacralita' sospesa di un luogo senza tempo.

Il 23 febbraio 2019. Scarzuola. Erano le 11.30 quando abbiamo baciato le porte chiuse della Scarzuola, mentre un vento gelido, feroce come l’inverno siberiano, ci spazzava via da quel luogo benedetto da San Francesco e al contempo difficilmente raggiungibile per semplici esseri mortali. Non potevamo permetterci di perdere neanche un frammento di quel sabato cosi' prezioso, percio' ci siamo dirette verso un altro mondo, un altro mistero che mi e' stato indicato da una spada di luce creata da un raggio del sole che penetrava la tabella con due angeli, una croce e la scritta “La Scarzuola”. “La Spada nella Roccia!” – mi colpi' il pensiero immediato. “Devo andarci subito! Devo cercare la Spada nella Roccia!”. La Spada nella Roccia, che si trova nel Tempio senza tetto, mi aveva da tempo affascinata e attirava come un magnete: la leggenda italiana che cercavo da due anni, sospesa nell’aria tra mito e realta'. Avete indovinato di quale posto misterioso si tratta? Ne sono sicurissima, perche' non si poteva farne diversamente. Tutti conoscono la Spada nella Roccia. Quella celebre del Re Artu' ovviamente. Ma quanti di voi conoscono la misteriosa Abbazia di San Galgano e la Spada nella Roccia quella italiana? E a chi appartiene? E che cosa simboleggia? E quale leggenda avvolge questo posto mitico? Quali segreti cela? Quanti tesori nasconde?

Le risposte a tutte queste domande sognavo di trovare in un paesino di nome Chiusdino, remoto dagli esseri umani, ma non dimenticato da Dio. E cosi' siamo dirette con la mia amica italo-francese nella provincia di Siena. Appassionata dai miti e dalle leggende sul Re Artu' e sulla Tavola Rotonda letti da me nei tempi universitari italiani in lingua inglese e quella francese cercavo dappertutto nella vita reale in Italia i segni arturiani. Ho sentito parlare di San Galgano per la prima volta a Grossetto dai militari italiani che stavano per visitarlo. Con l’occasione mi hanno svelato il segreto della sua esistenza e mi hanno fatto incuriosire da impazzire. Il collegamento e la diversita' era nel fatto che San Galgano conficca la spada nella roccia, con un suo gesto simile ma inverso a quello di Artu' che la estrae. Ci sono molti misteri in questa storia e la presenza di Grossetto non e' a caso...Tutti conoscono la storia arturiana, ma pochi sanno che anche qui, tra le pittoresche colline toscane, un altro gesto epico si compie, silenzioso e potente: una spada conficcata nella pietra, un segno che attende di essere scoperto e compreso non da tutti ma dai ricercatori naturali dei tesori spirituali.

In macchina con la mia amica italo-francese, sentivo il mio cuore pieno di gratitudine per il suo regalo del mio compleanno, che batteva per l’ispirazione del momento, immersa in un silenzio assoluto carico di attesa, mentre la mente correva tra i miti della Tavola Rotonda, i segreti sussurrati a Grosseto e la promessa di un incontro con uno dei miei sogni. Ogni curva della strada, ogni collina che si sollevava davanti ai nostri occhi, sembrava condurci verso la realizzazione del mio desiderio, un mistero antico e vivo, pronto a rivelarsi solo a chi avesse saputo guardare con occhi capaci di vedere.

Ed ecco, finalmente siamo arrivate. Davanti ai miei occhi si apriva una lunga strada costeggiata da cipressi altissimi, uno specchio verde e silenzioso ai lati, che conduceva non si sa dove. Accanto, sulla destra, si stendeva un campo spoglio, senza piante, e in fondo a quell’orizzonte appariva una costruzione rettangolare in rovina, scura, quasi misteriosa. Era ancora lontana, richiedeva passi e pazienza. Percio' abbiamo deciso che senza un buon pranzo non sarebbe stata possibile una tale camminata, e cosi' siamo entrate nell’unico bar del Tempio: avevamo bisogno di caricare i nostri corpi di energie sane, li', in quel luogo speciale.

Piu' tardi, camminavo sul campo con lo sguardo fisso, incredula che finalmente stessi per avvicinarmi al mistero tanto desiderato. Ogni passo era un battito del cuore, un respiro a mozzafiato, e non potevo fare a meno di fotografare ogni dettaglio: la terra sotto i miei piedi, i cipressi che si stagliavano come altissime sentinelle silenziose, la luce che giocava sulle pietre medievali del Tempio. Ci sono entrata! Era una costruzione nella forma di una croce e veramente non aveva il tetto. Ma questo fatto ne proprio faceva il mistero assoluto e naturale come l’aria che si respirava li': al posto del tetto di pietra c’era il cielo che era il tetto reale per esso come dovrebbe essere nelle case di Dio. Con il mio sguardo interno ho visto il fulmine che colpiva il tetto di pietra. Magari il Giove era arrabbiato di essere dimenticato e colpi' il tetto per aprire il cielo agli occhi guardanti dal Tempio? Ho trattenuto il respiro e mi sono unita all’energia del posto incantato.  Ogni posizione del monumento parlava da sola: archi gotici che sfidavano il cielo, muri spogli che accoglievano il vento, finestre che lasciavano entrare solo lampi di luce obliqui, come se il tempo stesso volesse rivelare soltanto a chi lo sapesse vedere, sentire e amare.

Ogni passo tra le pietre del Tempio senza tetto era come entrare in un altro mondo, al di la' dal mondo umano ma al mondo parallelo dello Spirito presente. La mia fotocamera cercava di catturare l’invisibile, ma sentivo che nulla poteva rendere giustizia alla sensazione di essere immersa in quella sacralita' sospesa. Il vento attraversava gli archi, faceva danzare i raggi di luce sulle mura scrostate, e ogni ombra sembrava animarsi di presenze antiche, di mani che avevano costruito e pregato, di sussurri che raccontavano la devozione e il mistero di secoli passati. Non c’era alcun rumore umano, solo il silenzio eloquente del Tempio, che parlava con voce invisibile, accogliendo i miei pensieri e amplificando le emozioni.

Camminavo lentamente, respirando a pieni polmoni quell’aria intrisa di storia e magia, cercando di imprimere nella mente e nella macchina fotografica ogni angolo, ogni arco, ogni frammento di cielo che filtrava attraverso le mura incomplete. Era come se il Tempio stesso mi invitasse a sentire il tempo che scorreva senza fretta, a percepire la presenza di qualcosa di piu' grande, di eterno e misterioso, sospeso tra la pietra e il vento, tra la memoria e il sogno.
 
Cercavo la famosa Spada nella Roccia ma invano. La immaginavo monumentale e solenne, conficcata in un grande masso roccioso in centro del Tempio sotto il cielo aperto che la guarda tramite il vuoto del tetto in forma della croce. Ma non la trovavo. Un altro mistero. Ma sono ricercatrice di natura e la devo trovare da sola senza aiuto di qualcuno: chi cerca,trova.

La strada verso la Cappella di San Galgano a Montesiepi sembrava quasi un pellegrinaggio. Era lunga, silenziosa, attraversava campi e curve che parevano voler nascondere l’arrivo, quasi a mettere alla prova chi desiderava davvero vedere quel luogo. Senza la mia amica italo-francese, che lo conosceva bene, avrei rischiato di perdermi: fu lei a indicarmi la via, a guidarmi come un piccolo faro tra i sentieri della campagna toscana.

Quando finalmente siamo giunte, il sole stava calando e il cielo si stendeva in sfumature di blu e arancio. Siamo entrate nel cortile della Cappella dal retro, e l’ho vista: rotonda, massiccia, di mattoni caldi, come un antico gioiello adagiato sulla collina. Per accedere all’entrata principale bisognava salire, e quei pochi gradini, sotto il crepuscolo, sembravano condurre a un’altra dimensione.

Alla fine, tra le mura senza tetto e il cielo spalancato, il Tempio mi aveva gia' colmata di un senso di pienezza, ma sentivo che non era finita li'. Proprio accanto, quasi nascosta, sorgeva la famosa per pochi conoscitori Cappella della Spada nella Roccia. Era un edificio raccolto e avvolto da un’aura mistica. I passi si fecero piu' lenti, quasi timorosi: ogni pietra sembrava custodire un segreto, ogni finestra una promessa di rivelazione.

L’Eremo si ergeva davanti a me, oscuro, con luci pacate, e sentivo una forza antica vibrare intorno, come se la spada nella roccia custodisse un segreto che attendeva il mio sguardo. Mi muovevo lentamente, quasi temendo di rompere l’incantesimo, e ogni suono della macchina fotografica era un’eco della mia anima che registrava la magia. Eppure, non era solo la forma o la materia a incantarmi: era la presenza del mistero stesso, quell’energia silenziosa che parlava senza parole, che raccontava storie di cavalieri, leggende e gesti epici. Mi sentivo parte di qualcosa di immenso, come se i secoli si fossero accavallati davanti ai miei occhi e il tempo avesse smesso di scorrere, lasciando solo il cuore sospeso nell’eco di una storia antica e viva.

Entrando, la luce era piu' morbida, filtrata dalle vetrate come un respiro leggero. Li', al centro, c’era lei: la Spada. Infilata in una roccia grigia, silenziosa, quasi irreale nella sua immobilita0. Non era un oggetto qualsiasi: aveva il peso di un racconto antico, di mani che l’avevano forgiata e di secoli che l’avevano custodita. Mi sono avvicinata piano, come si fa davanti a qualcosa di sacro. Non volevo fotografarla subito. Prima dovevo guardarla, respirarla, sentire se davvero esistesse o se fosse solo un’illusione.

Dentro, l’aria era diversa: piu' intima. In centro, protetta da un vetro, riposava un masso con la spada infissa della quale si vedeva soltanto l’elsa arrugginita. Mi sono avvicinata lentamente, ma non ho provato il brivido che mi aspettavo. Forse perche' avevo in mente altre immagini e aspettative. E infatti il primo pensiero, quasi istintivo, fu per Re Artu'. Non ho potuto fare a meno di meravigliarmi e, con un misto di stupore e gioia, ho esclamato: “La spada del Re Artu'!”

Una signora che lavorava li', ferma poco distante, si e' voltata e si e' avvicinata a me. Con un sorriso gentile ma misterioso ha detto: “No, e' di San Galgano. Fu infissa qui da lui nel 1180, rinunciando alla vita mondana per dedicarsi a Dio.” Quelle parole mi hanno fatto capire che non era un mito da favola, ma un gesto umano, sacro e simbolico, la testimonianza di una scelta radicale scolpita nella pietra, che lo distingue dal gesto arturiano.

Era un'elsa robusta ma piccola e sembrava una croce di ferro sotto una teca di vetro. La lama si entrava molto in profondita', percio', non si vedeva praticamente. Tuttavia, la pietra sembrava abbracciarla, non imprigionarla. Ho pensato al mito di Re Artu', ma qui non c’era nulla di fiabesco: c’era la realta' nuda e cruda, tangibile, di un ferro antico che attraversava i secoli per parlare a chi aveva orecchi aperti, occhi vedenti e cuore sensibile.

Ho scattato qualche foto, ma sapevo che nessuna avrebbe potuto restituire l’emozione di quel momento. Quella Spada era un simbolo il significato del quale dovevo scoprire. Ho sorriso: era lei che mi aveva cercata e mi aveva trovata. Ho colto il messaggio. Il vero simbolo della scena e' la spada diventata una croce perche' la spada simboleggia il potere della vita mondana e la croce quella sacra, spirituale. Si', era un vero e proprio messaggio per me, rinchiusa in un eremo perugino in centro storico da nove anni. Ma che cosa mi voleva dire? Di che cosa mi parlava?

Uscendo dalla Rotonda, ho voluto portare con me un segno tangibile di quel luogo. Ho acquistato un piccolo rimedio naturale, un farmaco prezioso preparato dai monaci: un gesto semplice ma denso di significato, come se racchiudesse un frammento di quella storia antica, un ponte tra il passato e il mio presente. Mentre lo stringevo in mano, mi sono promessa che sarei tornata. Tornata non solo per rivedere il Senzatetto, la Rotonda e la Spada, ma per conoscere meglio San Galgano, per sentirlo, per comprendere la profondita' del suo gesto, per confrontarlo con le leggende che hanno popolato la mia immaginazione, come quella di Re Artu' e per far parlare la Spada.

Eppure, mentre scendevo la strada al crepuscolo, ho capito che il mistero piu' grande non era li', sotto quel vetro. Era rimasto dietro di me, tra le mura spoglie dell’Abbazia senza tetto. Era li' che avevo sentito il respiro di un luogo sacro, li' avevo percepito la forza invisibile naturale del vissuto, della storia, del tempo sospeso. La Spada nella Roccia, pur famosa, era muta per me. Per il momento muta anche se ho percepito il messaggio principale. Il Tempio, invece, aveva parlato con una voce travolgente che non dimentichero' mai. Voglio tornare, voglio sentire ancora. Forse, solo tornando, sentiro' davvero il vero suono della spada. Cosi' pensando, sono salita in macchina della mia amica.

Poi, quando il buio ci ha avvolte e la luna si e' alzata lenta nel cielo, tornando in silenzio con la mia amica, ho rivissuto tutto. Le immagini correvano nella mente come fotogrammi, ma questa volta non erano solo ricordi: erano sensazioni, suoni, vibrazioni. Sentivo ancora il vento tra le arcate, la luce che scendeva sulle pietre, il battito del cuore davanti a quella croce di pietra senza tetto, lo stupore nell’eremo. Nel silenzio della strada, ogni pensiero diventava meditazione, ogni respiro un ringraziamento. La notte, complice, custodiva la magia di cio' che avevo vissuto, e dentro di me sapevo che quei luoghi mi avevano lasciato un segno: non solo immagini da conservare, ma un frammento di eternita' che magari' non li vedro' mai piu' nella vita mia. Non si sa mai.

E mentre la luna ci accompagnava, ho ringraziato l’Universo per questo dono. Ho ringraziato la mia amica, che con la sua sensibilita' ha saputo farmi il regalo piu' bello per il mio compleanno: portarmi li', dove un sogno si e' fatto realta'. Grazie a lei, e a quella forza misteriosa che guida i passi giusti, ho potuto vivere un giorno che rimarra' scolpito nel cuore come una preghiera esaudita.

E allora ho capito che quella Spada di Luce, nata in un luogo sacro dove nel 1218 dimorava San Francesco in una capanna e dove la citta' ideale Scarzuola si erge come un sogno in pietra, era un segno che indicava un cammino, un richiamo verso un’altra spada, quella di ferro, conficcata nella roccia dell’eremo di San Galgano. Due lame, due mondi, ma collegate da una sola voce: rinuncia al superfluo, cerca l’essenziale, perche' la vera forza e' nella resa, non nella conquista. La Scarzuola mi aveva chiuso le porte in quel momento perche' dovevo cercare un’altra spada e la sua spada non era per essere presa, ma per essere vista e vissuta, un raggio, un segnale che mi diceva: “Non restare qui, la risposta e' altrove.” Ma quale? E dove?

E cosi' il Senzatetto mi ha accolto, senza tetto e senza porte, come un guardiano invisibile che custodisce segreti antichi sotto il cielo aperto e mi ha indicato la strada verso la spada custodita dalla Rotonda che prima l’avevo cercata nel Tempio e non l’avevo trovata, rimanendo delusa. Forse il destino mi parlava attraverso quei segni: una citta' ideale chiusa, un raggio che si fa spada, un santo cavaliere che trasforma la lama in croce e si trasforma in un monaco. Tutto converge in un’unica immagine: l’acciaio che si piega alla luce, il guerriero che diventa eremita, il cielo che si apre quando la terra si chiude. E in quel silenzio, ho capito che la vera ricerca; sempre un invito: la spada che cerchi e' una via illuminata e non una lama impugnata.

Se la Scarzuola ti chiude le porte, il Senzatetto ti apre quelle della Rotonda: non avendo ne' porte proprie ne' tetto, e' sempre pronto ad accoglierti per un sorso di liberta' celeste, illuminandoti la via. Carpe Diem!


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