Fiordaliso I parte - Olga L. Juravlyova
C’e' un silenzio piu' forte dei tuoni della tempesta.
E c’e' un addio che dimora nell’eternita'.
Ci sono proiettili che squarciano i cuori,
Ma sono impotenti davanti alla memoria viva.
14 aprile 2025. Il Grande Lunedi'. L’inizio della Settimana Santa per cristiani ortodossi che rappresenta la purificazione e il mistero della morte e di rinascita. La citta' di Terni, nel cuore dell’Umbria, respirava la quiete del pomeriggio. Le campane della basilica suonavano per una messa, diffondendo nell’aria quel suono caldo e dorato che da sempre amavo in Italia. Dopo due mesi di malattia, tutto mi appariva nuovo e perfetto, come se fossi tornata alla vita dopo un lungo inverno interiore, alla normalita', sopravvivendo. Era un pomeriggio sereno di un lunedi' santo.
Seduta davanti al computer, stavo riordinando la mia pagina poetica personale — un grande archivio della mia memoria. A un tratto mi sono imbattuta in una mia raccolta del mio passato molto remoto che non avevo piu' osato aprire da molti anni: “Fiordaliso”. Quel titolo portava con se' troppo amore e una ferita aperta. “Fiordaliso” in lingua russa non e' solo un fiore, un simbolo di fedelta' e del ricordo eterno, ma anche il diminutivo del nome maschile Vasilij che dal russo sarebbe traslitterato “Vasiljok”.
Evitavo da dieci anni aprire quella pagina delle mie storie amorose: le mie poesie erano troppo perfette per lui. Comunque, n’ero molto grata a lui di avermi ispirata con queste immagini fiabesche: ero tutta incantata, fatata e alla fine stregata e ingannata dai suoi occhi azzurri.
Eppure, quella sera, qualcosa in me mi ha spinto a farlo e ho deciso di rischiare per mettere il punto una volta per tutte. Forse la voglia di chiudere un cerchio, di sistemare cio' che restava in sospeso. Ho aperto la raccolta di quattordici poesie in lingua russa e ho iniziato a leggerle. I versi mi parevano ancora vivi, vibranti come allora ma l'immagine di lui era sfocata, coperta dal velo e dalla polvere della memoria degli anni volati.
L’ultima poesia intitolata “Gli occhi azzurri” era datata il 28.05.1998. Si', lui aveva i favolosi occhi azzurri con lo sguardo molto profondo e intelligente. Nel 2015 a Perugia il 1° gennaio ne ho fatte anche due traduzioni poetiche: una versione senza rima ma fedelissima all’originale
Gli occhi azzurri
Oh, mio Fiordaliso, amo i tuoi occhi - ciani!
Mi guarda l’abisso celeste dalle loro profondita'.
Spicca la luce azzurra intensa dei fiori campestri
Dalle vallate oscure fluviali bluastre.
Mi immergo negli orizzonti lontani del color blu d’oriente,
In questo profondo tratto diritto del fiume ceruleo,
E la mia segreta malinconia violetta cadra' in oblio
Perche' mi incanta e strega lo sciabordio di color lilla',
Lo sciabordio delle onde senza fine di colore viola
Quando si scuriscono come una tempesta tenebrosa,
Che a volte stanno scorrendo spensieratamente sotto la brezza
E a volte sono bagnate con lacrime fresche di color blu turchese…
E un’altra versione e' una traduzione libera rimata che ha fatto nascere un’opera nuova “Fiordaliso”.
Fiordaliso
Oh, riflessi dei cieli negli occhi tuoi, Fiordaliso!
Dal tuo fondo ceruleo mi fissa il celeste abisso!
Risplende la vivida luce azzurra dei ciani campestri
Dalle valli fluviali oscure del turchino intenso.
Il miraggio mi tuffa nell'orizzonte del blu Oriente,
Nel mistero turchese del tratto di un fiume corrente,
L’oltremarino cadra' nel deliquio dell’angoscia segreta,
Mi incanta il mistico canto dell’indaco di Violetta,
Il Nontiscordardime' senza fine canta lo sciabordio
Delle cerule onde perpetue del bluastro oblio,
Si scuriscono forte nella Viola del cupo pensiero,
Si chiariscono di Zafferano sotto la brezza leggera,
Se bagnati di lacrime, riflettono gocce di mare,
Se baciati dall'oro del sole, brillano senza pensare,
Toccati da gelide gemme, si vede il ghiaccio liliale,
Sfiorati dall'astro ti lancia la pioggia di stelle - cristalli,
Nello splendore di luna, rispecchiano il cielo stellato,
Se tristi nel lilla di sera, coprono con lo sguardo velato,
Allo spuntare dell’alba scintillano in essi rugiade,
Oh, Fiordaliso, rifletti colori dell’iride di una giada!
Adoravo questa poesia cosi' viva, tenera, bellissima, armoniosa e sublime. Sembrava di segnare l’inizio del nostro incontro o il momento del mio sentimento nascente ma in realta' segno' la nostra fine. E quanti anni sono passati da quel momento quando ci siamo visti per la prima volta e quando ci siamo salutati per sempre? Per precisione, quando l’ho salutato per sempre, il mio primo amore a prima vista che ho lasciato in modo cosi' brusco? Le immagini fiorivano nella mia dimensione mentale. La macchina del tempo incorporata nel mio cervello mi trascinava in quel momento, nel punto d’incontro dove le nostre strade si sono incrociate e cosi' ho visto questa scena come se fosse una pellicola cinematografica:
“Era una piacevole sera d’ottobre chiara e quasi trasparente. Il treno da Tashkent, dove studiavo all’universita', mi aveva riportata a casa dei genitori, a Gazalkent. Studiavo lingue straniere e letteratura russa, e quel viaggio era come un ponte fra due mondi: tra una citta' metropolitana della mia vita studentesca e un paesino della mia infanzia e dell'adolescenza nella mia famiglia. Camminavo lungo il viale ampio e silenzioso, quando vidi mia madre: tornava anche lei dal lavoro. Ci incontrammo per caso, come se il destino avesse voluto che i nostri passi si incrociassero proprio in quel momento. Continuammo insieme, fianco a fianco, parlando con gioia delle nostre giornate diverse. Indossavo gli stretti jeans blu chiaro e una maglia a righe bianche e nere, con le maniche lunghe, in russo si chiama “telniashka” ed era una maglia per marinai russi, ma io l'amavo perche' nella nostra famiglia in Russia c'erano marinai. I miei capelli di color castano scuro, lunghi e ondulati, catturavano i riflessi dell’autunno e scendevano sulle spalle. I miei occhi di color grigio chiaro sembravano ancora piu' chiari e luminosi, mentre ridevo con la mamma. Ero truccata nei toni autunnali del marrone e il rossetto di cioccolato brillava sulle mie labbra sorridenti. Parlavo con entusiasmo, raccontavo qualcosa a mia madre, e ridevo cosi' forte che la mia voce si perdeva lungo il viale. Gesticolavo, mi muovevo come se fossi su un palcoscenico invisibile, con il viso che tradiva ogni emozione, ogni scintilla di vita. Ero vivissima, autenticissima come se la strada stessa mi appartenesse, come se l’autunno mi ascoltasse.
All’improvviso da dietro si spunto' una grande macchina bianca: una Mercedes della serie 600. Un fanciullo biondo russo fu seduto dietro al volante e procedeva lentamente lungo il viale. La sua attenzione fu attirata naturalmente da me, una ragazza bellissima, allegrissima e vivissima come un’attrice. Era impossibile di non notarla. Si' volto' verso di me, e fu allora che lo vidi in faccia. Era piu' giovane di me. Mi guardava con un’espressione sorpresa, quasi incredula. Era un fanciullo bellissimo con un viso aperto e luminoso, i grandi occhi azzurri e lo sguardo che penetrava dentro. Quando lo vidi, smisi di parlare all’improvviso — come se l’aria mi fosse rimasta in gola. Mi ammutolii per la sorpresa. Sembrava un miracolo, qualcosa di irreale: incontrare un simile bel giovane russo e per di piu' su una Mercedes bianca, in quel paesino uzbeko che pareva essere lontano da tutto il mondo.
Per un attimo, forse solo pochi secondi, i nostri sguardi si incrociarono. Ma quel breve istante basto' a spezzare il tempo: era un colpo di fulmine. Fu l’amore a prima vista! Tutto attorno tacque: il fruscio delle foglie, persino la voce di mia madre si dissolse, come se il mondo intero avesse trattenuto il respiro. Lui mi guardava non con curiosita', ma con stupore, come chi riconosceva qualcuna di gia' vista in un sogno. Io non potevo distogliere gli occhi: era come se una corrente invisibile ci avesse legati. La macchina prosegui' lenta, salendo lungo la via, ma lui continuava a guardarmi attraverso lo specchietto retrovisore. Lo fissavo anch’io: i nostri sguardi non riuscivano a staccarsi l’uno dall’altro. Non sapevo chi fosse, ne' perche' il suo sguardo mi avesse scossa cosi' profondamente. Sapevo solo che, da quel momento, il mondo non sarebbe stato piu' lo stesso, e che il mio cuore, senza ancora capirlo, aveva appena cominciato a cercarlo. Interruppi la mamma: “Lo conosci?” “No”, mi rispose con sospetto. La Mercedes bianca si fermo' in fondo alla via. Si allontano', ma il suo sguardo rimase con me, sospeso nell’aria autunnale.
Entrammo con la mamma nel cortile della nostra casa. Io ero cosi' agitata, cosi' incantata dall’apparizione di quel principe sul cavallo bianco, che decisi di uscire di nuovo, di sbirciare fuori, per vedere se n’era andato via o se era ancora li'. Aprii il cancello e uscii sulla strada. E quando uscii, lo vidi: era ancora fermo alla curva, mi aspettava. Non era andato via. Quando i nostri sguardi si incontrarono di nuovo, capimmo entrambi tutto: lui comprese che ero uscita per cercarlo, e io capii che lui si era fermato per aspettarmi. Ci guardammo un istante — e poi scoppiammo tutti e due in una risata forte, sincera, quasi infantile. A me d’un tratto venne da arrossire; mi vergognai un po’ di quella mia audacia e, ridendo, corsi subito dentro, nel cortile di casa.
Rientrai di corsa in casa e, dopo dieci minuti, squillo' il telefono. Alzai la cornetta. Era lui. Una voce giovane, sorridente, disse: “Allora, ciao.” Io: “Ciao. Ci conosciamo?” Lui: “Sono io, il principe sul cavallo bianco.” Rimasi senza parole, sorpresa, incredula, felice come mai prima. Quindi dovro' essere una principessa. In fondo al cuore lo sapevo: sentivo che il mio vero principe mi avrebbe trovata. Ma non pensavo che succedesse cosi' presto. Gli chiesi come avesse fatto a rintracciarmi. Lui rise piano e rispose che gli avevano dato una mano gli amici dei servizi segreti. Poi mi invito' subito a uscire. Entrambi volevamo rivederci quella stessa sera e non potevamo farne a meno. Accettai. Poco dopo, la Mercedes bianca si fermo' davanti alla mia casa. Quando scese dall’auto, il cuore mi balzo' in gola: davanti a me c’era un ragazzo biondo, alto, magro, modello, bellissimo, vestito in una camicia classica bianca e nei jeans di color celeste come fosse da una rivista di moda internazionale — un vero principe di quei tempi sovietici che aveva nelle mani un elegante mazzo dei gigli bianchi. Ero imbarazzata, emozionata, quasi tremante ma al settimo cielo per la felicita'. Regalandomi i gigli, mi invito' a fare un giro sulla cima del monte per poter osservare la luna e le stelle. Cosi' facemmo. Li', sotto la luce argentata della luna, i nostri sguardi si intrecciarono di nuovo e le nostre labbra si toccarono, e quel momento segno' l’inizio del nostro amore breve ma fulminante, travolgente, scintillante immortalato nei versi.”
Dopo aver rivissuto con un sorriso tenero questo prezioso ricordo della mia giovent;' ormai cosi' lontana, ho deciso di aggiungere finalmente il suo nome nella dedica per tutte le quattordici poesie scritte per lui. Solo un piccolo gesto, ma sentivo voler farlo. Tuttavia, per non interferire con la sua vita presente, ho fatto una ricerca, aspettandomi di trovare, al minimo, qualche suo vecchio profilo social, qualche fotografia dimenticata, ponendomi le domande dove fosse lui adesso e cosa facesse nella vita. Ma stranamente non appariva nessun profilo. Soltanto articoli. Articoli russi, uzbeki, kazaki. kirghisi. E in tutti fu lo stesso nome. Il suo. E la sua fotografia nell’eta' di un uomo maturo ma sempre con quello sguardo e il sorriso che hanno toccato le corde della mia sensibile anima. E' lui! Lui! Con gli occhi quadrati ho aperto un articolo e ho letto il titolo:
“A Mosca si e' suicidato in circostanze misteriose l’ex capo della guardia del corpo personale di Islam Karimov, il colonnello Vasilij Matvienkoff. “
Mi sono impietrita come si avessi visto lo sguardo della Medusa Gorgona: il mio Fiordaliso divento' un colonnello? Un militare? L’ex capo della guardia del corpo personale del nostro presidente defunto? Ma non ci credo! Non fu un tipo per lavorare nel settore di sicurezza. Non ebbe il corpo adatto per questo lavoro. Gli stette meglio la Casa di Moda che il Palazzo Bianco del presidente uzbeko. Si suicido'? Ma no… Non poteva essere! Amo' la vita piu' di chiunque altro! Fu freddo, nascose emozioni e pensieri e perfettamente seppe controllarli. Non credero' mai ad alcun suicidio! Fu ucciso! Questo si' che potrebbe essere la verita'! Fu molto intelligente, scomodo, sarcastico, furbo e sfacciato. In quali circostanze misteriose? Ma chi fu lui, il mio Fiordaliso?!!!
Ho continuato a leggere il comunicato di un giornale russo e piu' lo leggevo piu' mi impietrivo:
“Il 23 agosto 2017, verso l’1:30 di notte, nel villaggio di villette per l’elite culturale russo di nome “Scrittore sovietico” a Nuova Mosca e' deceduto l’ex capo della guardia del corpo personale dell’ex presidente dell’Uzbekistan, Islam Karimov. Il trentottenne colonnello Vasilij Matvienkoff fu l’unico figlio di un ex generale dell’intelligence militare uzbeka.
Il colonnello Matvienkoff si trasferi' a Mosca nel settembre 2016, quasi subito dopo la morte di Islam Karimov, deceduto il 2 settembre a causa di un ictus, per motivi di aver perso il suo lavoro con il nuovo presidente in carica. La struttura della sicurezza personale dell’ex presidente uzbeko e' stata riformata ed era un esodo dei militari russi del settore da Tashkent a Mosca. La sera del 21 agosto il colonnello fu rientrato a Mosca da Tashkent, dove si reco' per rinnovare il visto d’uscita.
Il 23 agosto, nel giorno del compleanno di sua moglie, una famosa attrice russa di nome artistico Elena la Bella, secondo il suo racconto, il marito bevve quasi un litro di whisky irlandese di alta qualita' e, per tutto il tempo, maneggio' una pistola di piccolo calibro PSM (pistola semiautomatica compatta). A un certo punto, lui ebbe premuto accidentalmente il grilletto e il proiettile lo colpi' al cuore. Il colonnello mori' prima dell’arrivo dei medici.
Secondo le autorita' russe, la polizia, durante la perquisizione nell'autorimessa, trovo' un vero e proprio arsenale: un fucile, due pistole senza marchi identificativi (di cui una senza numero di serie), una pistola ad aria compressa, un oggetto simile a un detonatore per granata F-1, bossoli e munizioni. Gli inquirenti ipotizzano che una parte delle armi Matvienkoff le avesse introdotte in Russia utilizzando il passaporto diplomatico da cittadino uzbeko. Il Comitato Investigativo della Federazione Russa ha avviato degli accertamenti sull’accaduto.”
Il mio Fiordaliso non esiste piu'? E' morto? A colpi di pistola? Al cuore? Premuto il grilletto? Accidentalmente? A casa di sua moglie? Al compleanno di lei? Ma no!!! Non ci credo! E' impossibile! Non fu quel tipo del suicidio! Il figlio dell’ex generale dell’intelligence militare?! E' una bugia! Suo padre era ingegnere! Come potevano scrivere un tale articolo con informazioni cosi' false?! L’ex capo della guardia del corpo personale dell’ex presidente uzbeko? Ma lui non pratico' nemmeno lo sport! Fu un ragazzo dalla copertina di Vogue! Voleva diventare un imprenditore e vivere in Grecia! Hanno trovato un arsenale?! Una granata?! Ebbe un passaporto diplomatico?! Ma chi fu lui?!!! Ma chi fu diventato?! Quanti misteri nella sua vita e nella sua morte che dovro' svelare! Questa era la mia reazione mentre leggevo quell'orrendo mezzo falso articolo.
Le domande si accumulavano e mi sono accorta allora che le campane di Terni suonavano di nuovo. Suonavano per lui? No. Per il Gesu' Cristo. Per i suoi ultimi giorni della vita terrena, delle sue sofferenze e della sua morte. Il ricordo di una morte simbolica: la fine di un amore era come una rivelazione divina che nella Settimana Santa mi ha dato la notizia di morte del mio Fiordaliso sia la morte fisica che quella spirituale perche' non lo riconoscevo in quel “colonnello” dai giornali. Ma la sua foto si'!!!! Fu lui! Il suo viso che io amai godere, il suo sguardo che amai osservare, il suo sorriso che amai cogliere, i suoi occhi che amai guardare, le sue labbra che amai baciare, i suoi capelli che amai toccare, il suo collo che amai accarezzare, le sue mani che amai stringere e il suo modo di tenere un sigaro…
All’improvviso i ricordi sono risorti: il mio conscio ha risvegliato l’inconscio e ho cominciato a vedere le immagini dei nostri incontri cosi' chiaramente come se fossero accaduti quest’anno e non 28 anni fa. Ci ho visti seduti vicini nella sua macchina. Lo guardavo e lui mi sorrideva. Lo sentivo. Era vivo. Si muoveva. Ha riso con la sua risata forte e sfacciata. Lo potevo toccare. E l’ho toccato. Ho sfiorato il suo collo come si sfiora un ricordo, e un brivido di vita ha attraversato il silenzio tra di noi. In quell’istante il tempo si e' fermato, come se anche l’aria trattenesse il respiro. Ho posato fortemente la mano sul suo collo, accarezzandolo lentamente. Sentivo il calore della sua pelle e i miei pensieri si perdevano in quel contatto, mentre i nostri sguardi si incontravano e tutto il resto smetteva di esistere. La mia mano scivolava e in quel gesto ritrovavo tutto cio' che avevo amato di lui: la tenerezza, la forza, la dolcezza, la bellezza, la passione… Poi ho affondato le mie dita nei suoi capelli, ho tirato fortemente la sua testa verso di me e le nostre labbra si sono unite in un bacio ardente.
E con questo bacio i ricordi hanno ripreso la vita, come se avessero cominciato a respirare da soli… All’improvviso ho sentito la sua voce, il suo riso, le frasi che mi diceva in quel preciso momento del nostro incontro. E piu' mi concentravo su quel ricordo, piu' esso prendeva forma: si riempiva di dettagli, di profumi, di suoni, di gesti, di colori, delle sue parole esatte, delle sue intonazioni. Ogni suono, ogni respiro, ogni movimento tornava a me come un’onda che non conosce confini.
E piu' il ricordo diventava reale, piu' la realta' intorno a me cominciava a dissolversi, come un quadro sbiadito che perdeva il senso del tempo e della materia. Non ero piu' nella sala dell'appartamento a Terni: ero li' a Gazalkent, con lui in macchina vicino alla casa della mia mamma. Sentivo il vento leggero muovere i miei capelli, la luce del tramonto accarezzava i suoi occhi azzurri, e in quello sguardo c’era la stessa forza che mi aveva stregata 28 anni fa. Tutto era come allora, ma piu' intenso, piu' vero, come se l’universo avesse deciso di restituirmelo per un istante solo, per farmi ricordare cosa significhi amare fino a dimenticare di esistere e come erano i veri sentimenti tra di noi.
L’immagine sfocata di lui si e' sciolta e lui ha preso la forma. Il velo della polvere degli anni passati si e' dissolto, e ho visto un ragazzo bellissimo come Apollo pieno di vita in quel suo fisico perfetto come fu nei giorni della storia nostra.
La mia memoria e' rinata e ho cominciato a vedere nel tempo e nello spazio.
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