13 - Olga Leonidovna Juravlyova

Terni, 24 febbraio - 8 marzo 2026

Correva l’anno 2009. Ottobre. Vivevo a Perugia da appena due mesi, arrivata qui per studiare all’universita'. Ero venuta dall’Uzbekistan, dove avevo lasciato sola mia madre e anche l’amore di tutta la mia vita, per poter mettere alla prova le mie capacita' personali all’estero in un mondo sconosciuto, in un ambiente estraneo. L’ho voluta tanto questa bicicletta. E l’ho avuta…da pedalare in piena solitudine.

Il palazzo in cui abitavo aveva il numero 13. Nel pieno centro storico di Perugia. In via Bonazzi. Stretta, fredda, impietrita, silenziosa e misteriosa. Poco distante sorgeva l’hotel Fortuna, avvolto da serpentine di foglie danzanti al vento. Pensai: “Hm…Il numero 13 vicino all’albergo Fortuna? Che parlanti segni dell’Universo!” Non scelsi io quel numero. Fu il numero a scegliere me. Era sempre stato il mio numero fortunato. Allora non sapevo ancora quanto quel numero avrebbe segnato la mia vita.

Il palazzo era medievale, costruito in pietra massiccia, scura, quasi immobile nel tempo. La monocamera era piccola. 13 metri quadrati. Al suo interno c’erano un angolo cottura, un letto da studente, un tavolo con due sedie e una libreria. La finestra stretta dava su un bellissimo balcone tutto in alberi e fiori. D’inverno la stanza era molto buia e fredda come una cella antica, la luce filtrava obliqua sul pavimento di pietra e le travi di legno disegnavano l’immagine di un’epoca medievale. Gli inverni perugini portavano piogge violente, tempeste improvviste, fulmini degni di Giove e nebbie fitte: un’atmosfera perfetta per girare un film horror. A volte cadeva una neve cosi' densa come se fosse in Russia. In primavera il profumo del gelsomino, che ricopriva tutte le mura del palazzo di fronte, invadeva la stanza. D’estate, invece, il caldo si faceva sentire in questo spazio minuscolo e diventava cos; insopportabile che dovevo correre dentro la Rocca Paolina, nelle sue gallerie fresche di pietra, per poter respirare l’aria fresca. Eppure, il sole mi donava una gioia immensa.
 
Per 13 anni vissi li'. Da sola. Come una monaca che aveva scelto volontariamente il proprio esilio. Studiando, lavorando, leggendo, traducendo, scrivendo poesie, racconti, tesine, preparando gli esami universitari, guardando dei film, cucinando, sognando un giorno lasciare la mia cella, ormai diventata una prigione. Vivevo cosi' non perch; non potessi avere una vita. Ma perche' la mia vita era rimasta sospesa da qualche parte nel passato, insieme ad un uomo che avevo amato piu' di me stessa.
 
Fummo insieme per dieci anni. Ci sposammo in una moschea di Samarcanda. Mi diede il nome di Medina, della sua citta' piu' amata. Era un musulmano gia' felicemente sposato e con figli, ma perdutamente innamorato di me, ossessionato da una passione ardente. Anch’io ero innamorata di lui, travolta dall’amore fatale. Era un uomo bellissimo, forte nello spirito, nel carattere e nel fisico. Molto intelligente e sveglio, con un cuore tenero e affettuoso e un’anima grande e generosa. Amava il bello, il saggio, il sano, il vero, il profondo - ma anche il lusso, il denaro e le donne. Aveva uno sguardo intenso con cui spogliava tutte senza sfiorarle. E nessuna rimaneva indifferente. Tuttavia, tali uomini amano piu' se stessi che le proprie donne. 

Cosi' decisi di prendere una pausa nei rapporti e andare a studiare all’estero, nonostante la mia ossessione, perche' rispettavo anche me stessa. Quindi, partii per l’Italia come una studentessa straniera qualsiasi. Prima lui cercava di fermarmi, era d’accordo per tutte le mie richieste per le quali prima non lo era stato, era pronto a soddisfare tutti i miei desideri. Per nove mesi tentava di convincermi a tornare a casa in Uzbekistan. Ma io non tornavo: trovavo il piacere nello studio in Italia.

Nell’aprile 2010 il destino decise per entrambi. Lui fu un oligarca ben noto, preso di mira dalla figlia maggiore del defunto presidente. Cosi' il suo impero crollo' in un istante, raso al suolo: i negozi di lusso furono chiusi, i soci arrestati, i conti sequestrati, gli immobili confiscati, la reputazione distrutta, la famiglia fuggita all’estero. Lui spari'. Condannato a 13 anni di prigione, vicino al Mare d’Aral, in mezzo al deserto avvelenato dai pesticidi. Un luogo che la gente chiamava “la Prigione della Morte”. Io rimasi sola a Perugia, travolta da un dolore gelido per lui. Brancolavo nel buio. Senza supporto. Una studentessa straniera. Senza denaro. Senza famiglia. Senza amici. Eppure, l’Universo comincio' a prestarmi l’attenzione. Una borsa di studio. Una mensa gratuita. Gli esami con voti alti. Dei piccoli lavori. Era come se una luce mi guidasse fuori dall’abisso.
 
A volte pensavo che Dio avesse deciso di punire lui e salvare me. Eppure, nel cuore continuavo ad amarlo cosi' intensamente che temevo per la sua vita. Perci;' andavo a pregare in una chiesetta nella via dei Priori, convinta che Dio sia uno solo per tutti, sperando di poter proteggerlo almeno cosi'. Pregavo sempre che sopravvivesse e fosse sano e salvo. Nonostante il dolore, l’umiliazione, la paura e la delusione che avevo conosciuto accanto a lui. Perche' un legame tanto forte non svanisce. Rimane. Come una brace sotto la cenere. Passarono 13 anni. 13 inverni. 13 primavere. 13 estati. 13 autunni. Non ebbi altri uomini. Non perche' non potessi averli. Ma perch; non volevo. Nessuno avrebbe potuto sostituirlo: qualcosa dentro di me era rimasto congelato nel tempo. E nutrivo la speranza che, un giorno, sarebbe stato libero e avrebbe voluto ritrovarmi, per abbracciarmi come un tempo fa.
 
Correva l’anno 2022. La sera del 21 ottobre. Ero ancora rinchiusa nella mia cella da monaca, ma gia' stavo per cambiare la mia vita e per trasferirmi in un’altra citta' pi; vicino a quella Eterna. Erano circa le nove di sera, quando il mio cellulare squillo' improvvisamente. Sobbalzai per lo spavento: di solito a quell’ora nessuno mi cercava. Diedi un’occhiata al numero chiamante: un cellulare dell’Uzbekistan. Non quello di mia madre. Un brivido gelido mi attraverso'. E se fosse successo qualcosa a lei? La paura mi paralizzava, ma trovai il coraggio di rispondere.

All’improvviso una voce maschile profondamente nota, mi fece gelare la pelle fino alle ossa:
— Buonasera.
— Buonasera… Chi parla? — chiesi, incapace di credere alle mie orecchie.
La voce si fece fredda, nervosa, tagliente:
— Ti chiamano troppi uomini a quest’ora che non mi riconosci piu'?

Lui riattacco' il telefono. Rimasi immobile, in silenzio con gli occhi spalancati, incredula. Guardai il cellulare come se fosse un oggetto extraterrestre. C’era il numero di quella voce, cosi' carissima, profondamente entrata in me decenni fa, e per sempre riconosciuta dagli atomi del mio corpo.

Senza pensarci, io richiamai.
La paura di crederci mi serrava la gola. Non riuscivo a pronunciare il suo nome. Persi il fiato.
— Ramiz… sei tu?
Dall’altra parte ci fu una pausa, lunga, carica di tensione.
— Non ti ricordi pi; il mio nome?  Mi chiamo Ramziddin.
 
Entrambi i nomi erano suoi: uno completo e un altro diminutivo. Il cuore mi cadde nello stomaco: non poteva essere lui! 13 anni senza alcuna parola. Nessuna notizia. Nessuna traccia. Sapevo che sei anni fa era uscito dalla prigione grazie all’amnistia dopo la morte dell’ex presidente uzbeko. Lo avevo cercato tramite conoscenti comuni, sperando in una chiamata, ma nulla. Ogni giorno temendo di scoprire che fosse morto dopo l’inferno della prigione. E invece eccolo, vivo.

Lui continuava con un tono che mi fece sussultare:
— Mi avevi gia' sepolto? Sono ancora vivo. 
— No. Ti aspettavo. Come mi hai trovata?
—  Su Internet.
— Sentivi la mia mancanza?
— Mi hanno detto che tu mi cercavi.
— Si'…sei anni fa.
— Ed ecco perche' ti ho chiamata. 
— Dopo sei anni?
— Sei sposata?
— No.
— Hai figli?
— No.
— Perche'? Non hai mai voluto avere figli?
— Li volevo…da te.
— Hai qualcuno?
— No.
— Perche'?
— Aspettavo te.
— Non ti credo.
— Ti amavo.
— Buona notte.
— Notte.

Non riuscivo a credere di poterlo sentire di nuovo. In quel momento qualcosa dentro di me si riaccese. Mi sentivo sciolta come neve sotto il sole. Pensai che mi stesse cercando perche' gli mancavo. Pensai che anche lui mi avesse aspettata. Pensai che il destino ci stesse offrendo una seconda possibilita'. Succede raramente nella vita, quando l’ex marito e l’ex moglie si incontrano dopo tanti anni. Credevo che fosse un segno, che l’amore avesse atteso il momento giusto per rinascere. Forse tutto questo era una grande prova per entrambi.

Da allora ci siamo risentiti piu' volte ogni giorno. Abbiamo parlato a lungo, ricordando il nostro primo incontro, i nostri momenti felici e spensierati, le nostre risate, i sogni condivisi, le situazioni ridicole, le confusioni e, infine, il nostro addio. Mi sentivo rinascere. Sono tornata in vita: la sua energia mi aveva guarita dalla solitudine e dalla depressione prolungate negli anni. Ero felicissima al settimo cielo. Mi innamorata di nuovo! Del mio ex marito! Lo volevo vedere, toccare, abbracciare, baciare e non lasciare mai piu'. Avrei voluto correre da lui subito come nei bei tempi remoti e lasciare l’Italia.

La realta' pero' mi riporto' agli impegni presi: stavo per trasferirmi in un’altra citta' e gia' pianificavo il suo arrivo da me. Avevo affittato un appartamento secondo i suoi gusti. L’avevo decorato. Avevo addobbato il mio primo Albero di Natale in Italia. Lui mi aveva gia' chiesto di sposarlo di nuovo. Il cuore mi batteva forte: volavo come una farfalla e scrivevo le poesie a lui, ma non vedevo il fuoco che si avvicinava.

Un giorno ci siamo sentiti, ed io pensavo che il nostro incontro fosse finalmente vicino. Con quella sua voce tanto amata da me e cosi' familiare fino al midollo, mi ha chiesto:
— Sai perche' ti ho cercata?
Trattenni il respiro:
— Perche'?
Fece una pausa.
— In prigione pensavo spesso a una cosa che mi avevi detto l’ultima volta che ci siamo visti.

Ricordavo perfettamente quella frase. Ero arrabbiata. Gli avevo detto con forza: “Che Dio ti punisca per quello che mi hai fatto.” E lui la ripete'.

— E quindi? — chiesi.
— E poi Dio mi ha punito davvero. E' colpa tua.

Diceva che durante il primo interrogatorio in carcere aveva ricordato le mie parole, il suo fallimento finanziario, la perdita di tutta la proprieta' e del commercio, e poi la famigerata Prigione della Morte con i sei anni in carcere.
 
— E ho pensato a te. Avevo molto tempo per riflettere — continuava.
Silenzio. Poi riprese.
— In realta' non sono tornato da te. E non voglio ricominciare nulla. Ti ho chiamato solo per sapere se mi odi ancora.

Un brivido freddo mi scese lungo la schiena.
— Non ti ho mai odiato. Ti amavo.  E sono diventata anche una tua moglie. Come potrei odiare l’uomo che amo? Non e' da me. Non esiste. Ero arrabbiata, si', ma l’odio non c’era mai nel mio cuore. Per nessuno. Nel mio cuore c’; solo amore. Io amo. Non odio.

La sua voce si accesa, ferma e implacabile.
— Sai quante volte ti volevo uccidere?!!! Tra tutte le donne, tu eri l’unica donna che volevo uccidere!!!

Il mondo si fermo'. Non credevo alle mie orecchie. Sussurrai: 
— Cosa?...
— Quando stavamo insieme, ho pensato piu' di venti volte di ucciderti.
Lo diceva con naturalezza, con il suo solito tono di ferro, comunque nervoso.
— Ma non l’ho fatto. Ho deciso di abbandonarti in Italia al tuo destino. La scelta era solo abbandonarti o ucciderti.

Fece una pausa.
— Dovresti apprezzarlo. Essere grata. Non avevo scelta. Eri invadente. Pericolosa.
— …E proprio perche' ero cosi' pericolosa mi ha chiamata, dicendo di essere vivo?  - chiesi, ma rimasta senza risposta.

Il mio mondo mi crollo' addosso. Il cuore comincio' a battere cosi' forte che non riuscivo piu' a respirare. All’improvviso riemersero tutte le immagini con lui del nostro passato: la gelosia, la rabbia improvvisa, la notte in cui mi aveva quasi strangolata in una camera d’albergo a Roma. L’avevo perdonato. L’avevo dimenticato. Ma il corpo lo ricordava. Un’onda improvvisa di calore travolse il mio cervello. Quel giorno la pressione mi sali' a 220. Le gambe tremavano e quasi non mi reggevano piu'. La vista si offusco'. Pensai che fosse la mia fine, che me ne sarei andata per l’emorragia cerebrale: tutto dentro di me bruciava. Per colpa di una sola frase, penetrata come la lama affilata di un coltello, pronunciata dall’uomo che amavo piu' di me stessa.
 .
Ho capito allora perche' mi aveva cercata. Non per amore. Non per mancanza. Non per nostalgia. Ma per paura. Voleva scoprire, se la donna che lo amava con una passione cosi' ardente e sconfinata, lo adorava e lo venerava 13 anni prima, potesse ancora rappresentare un pericolo per lui.  Ma di quale pericolo stiamo parlando? Il pericolo di uscire dallo scoperto, ovviamente.

Io, invece, avevo passato 13 anni ad aspettare l’uomo della mia vita… Ma in realta' era l’uomo che pensava a uccidermi perche' ero una donna ribelle, indomabile e imprevedibile, disobbediente e ingestibile, incontrollabile e ingovernabile percio' pericolosa per lui. Un vero orrore per la mia mente di realizzare come lui mi vedeva. Io, invece, ero semplicemente appassionata di lui.
 
La mia monocamera numero 13 si illumino' improvvisamente. Una porta invisibile si chiuse finalmente, portando via in un attimo e per sempre questa passione travolgente e fatale che mi conduceva alla rovina, che bruciava la mia energia e consumava la mia vita. La sua immagine della mia persona cara spari'. Le sue fotografie non furono piu' vive, non mi davano piu' la sensazione della sua presenza nella mia vita, nessun sentimento, nessuna emozione: non furono piu' collegate con me. Divento' un estraneo, assente. Si trasformo' nel passato. Remoto.

Allora capii. L’amore puo' sopravvivere alla distanza. Alla prigione. Alla poverta'. Ma non puo' sopravvivere alla violenza di nessun tipo. Perche' la violenza uccide tutto. Dopo la sua confessione che mi ha portata alla forte malattia, mi sono ripresa solo dopo due anni.

Quella fu l’ultima volta che io sentii la sua “cara” voce.
Cosi' si chiuse il capitolo 13, nel palazzo numero 13, nella stanza di 13 metri quadrati, dopo 13 anni.

Ora un’altra finestra della mia vita guarda il cielo diverso di un’altra citta'. La luna piena passa sopra il tetto e mi sorride, come sempre. E io cammino finalmente libera da lui. Perche' a volte la liberta' arriva come un colpo di fulmine in un momento piu' inaspettato. Quando qualcuno che ami, ti dice: “Volevo ucciderti.” E tu realizzi che, invece, sei sopravvissuta a tutti i costi. Grazie a una mano divina.


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