TRE CANI DI OLGA - Olga Leonidovna Juravlyova

VINCITORE DEL CONCORSO LETTERARIO “L’AMORE PER GLI ANIMALI” HISTORICA

Terni, Umbria Autrice: Olga Leonidovna Juravlyova

1° giugno – 7 giugno 2026

Mi sono svegliata nel cuore della notte, sudata, con le guance bagnate di lacrime e il respiro irregolare di chi ha appena attraversato un territorio sconosciuto. Per qualche secondo non ricordavo dove fossi. La stanza era immersa nel buio, interrotta soltanto dalla luce pallida della luna che filtrava dalla finestra. Poi l'immagine torno' davanti ai miei occhi con una nitidezza sorprendente. Un pastore tedesco adulto mi osservava in silenzio. Le sue orecchie dritte si muovevano appena, seguendo ogni mio movimento. Lo sguardo era calmo, intelligente, quasi umano. Non c'era aggressivita' nei suoi occhi, ma qualcosa di diverso: una vigile attesa o l'attenzione vigile di chi sta cercando di riconoscere qualcuno che non vede da molto tempo. L'immagine aveva il colore delle vecchie fotografie conservate negli album di foto di famiglia. Una sfumatura seppia, velata dal tempo. Era Vulkan oppure Vulcano in italiano. Il cane del mio zio defunto Viktor, il fratello di mia madre. Aveva venticinque anni e io ne avevo cinque, quando Vulcano faceva la parte della nostra famiglia. Pero' non mi ricordavo come Vulcano se ne ando' via.

Da bambina avevo trascorso lunghi periodi nella casa dei miei nonni materni. Vulcano viveva nel cortile. Non era un cane che potessi accarezzare liberamente. Rimaneva quasi sempre legato vicino alla sua cuccia, ma la sua presenza dominava tutto lo spazio. Quando attraversavo il cortile, sentivo i suoi occhi seguirmi. Mi incuteva rispetto e, nello stesso tempo, una misteriosa attrazione. Ancora oggi non so spiegare perche' continui a visitare i miei sogni in cui lo cerco disperatamente dappertutto. Forse perche' alcuni animali entrano nella nostra vita per poco tempo eppure vi lasciano un'impronta indelebile.

Nella mia vita Vulcano viene associato alla stagione autunnale. Una volta mi salvo' la vita.  Avevo cinque anni. E quella casa dei nonni, con il suo grande giardino, era il mio piccolo mondo intero. Mi piaceva stare da sola nelle stanze, come se fossero un asilo inventato da me. Chiudevo le porte, sistemavo le mie bambole nei letti come fossero bambini veri, e poi camminavo da una stanza all’altra cantando ninne nanne inventate, con la serieta' assoluta che solo un bambino puo' avere quando crede di essere responsabile di qualcuno. Fu in uno di quei giorni che arrivo' il terremoto. All’inizio non capii cosa stesse succedendo. La casa sembro' trattenere il respiro, poi inizio' a tremare. Una polvere sottile comincio' a cadere dalle pareti, come se qualcosa di invisibile stesse incrinando la realta'. Io ero dentro. Da sola. E fuori, nel giardino, c’era Vulcano. Era legato. Il suo corpo teso si muoveva nervosamente, ma la catena non gli permetteva di avvicinarsi. Per un istante rimase immobile, poi inizio' ad abbaiare. Non era un abbaio normale. Era insistente, urgente, disperato. Sembrava che stesse cercando di farsi sentire da un mondo che non voleva ascoltarlo. E infatti, all’inizio, nessuno lo capiva. Nessuno tranne lui.

Solo grazie a quel suo continuo abbaiare mia nonna si accorse che qualcosa non andava. Corse verso la casa. E fu allora che vide. Il tremore. La polvere. Il pericolo. Entro' di corsa, mi trovo' dentro cantare le ninne nanne e mi porto' fuori ovviamente con le mie bambole che non volevo abbandonare al loro destino terremotato. E io ricordo solo questo: il movimento veloce delle sue braccia, la luce del giardino, e il rumore di Vulcano che non smetteva di abbaiare nemmeno un secondo e la casa tremante. Solo molto tempo dopo ho capito che senza di lui, forse, nessuno si sarebbe accorto in tempo di quello che stava succedendo, anche se nulla crollo'. Lui era legato. Ma e' stato lui a salvarmi dalla paura di finire sotto la polvere volante dal soffitto e dalle pareti. Magari per questo viene ancora nei miei sogni: per difendermi e salvarmi. Mi fa la guardia.

Mentre cercavo di trattenere il sogno prima che svanisse, compresi che Vulcano non era venuto da solo. Dietro di lui, come figure che emergevano lentamente dalla nebbia della memoria, comparivano altri due cani che avevano accompagnato diverse stagioni della mia vita. Tre cani. Tre eta'. Tre capitoli della stessa storia. Il primo era Vulcano, il guardiano della mia infanzia. Il secondo era Giulbars. Il suo ricordo e' legato agli anni inquieti dell'adolescenza. Avevo undici o dodici anni e vivevo in una piccola cittadina di provincia insieme a mia madre, alle mie sorelle e al mio patrigno, un cacciatore appassionato che trascorreva gran parte del suo tempo libero in montagne. Da sempre cercava il cane perfetto. Un animale forte, intelligente e coraggioso, capace di accompagnarlo nelle battute di caccia al cinghiale e all'orso. Un giorno torno' a casa con un cucciolo dal pelo folto e dalle zampe enormi. Lo chiamo' Giulbars. Quel nome non era stato scelto a caso. Nella memoria sovietica Giulbars era il nome di un cane leggendario della Seconda guerra mondiale, decorato per il suo servizio al fronte e ricordato per aver sfilato durante la Parata della Vittoria portato in braccio da un ufficiale perche' fu ferito.

Il nostro Giulbars era ancora piccolo, ma possedeva gia' qualcosa di speciale. Nei suoi occhi brillava un'intelligenza vivace che sembrava comprendere ogni parola e ogni emozione. Giulbars viveva con noi nella casa di mia madre. Era un pastore kazako.  Una razza imponente, rara, quasi leggendaria. Un cane da guardia, nato per proteggere greggi e territori, forte e maestoso, desiderato proprio per la sua intelligenza e la sua potenza. Giulbars era cosi': grande, fiero, vivo. Poi, un giorno, scomparve. Non c’erano spiegazioni chiare, solo un vuoto improvviso che si allargava in casa come un’assenza difficile da nominare. Lo cercammo ovunque, con quell’ansia che diventa silenzio quando capisci che non puoi controllare tutto. E poi arrivo' una voce. Una vicina, un’amica di mia madre, disse di aver sentito abbaiare un cane in un cortile dove prima non c’era mai stato nessun animale. Un cortile vicino. Troppo vicino per non far sperare. Mia madre non esito'. Ci ando'.

Io ricordo quell’attesa come si ricordano le cose che non hanno tempo: ferma davanti al cancello, in estate, con un vestito leggero di cotone, verde chiaro e bianco, il corpo immobile e lo sguardo rivolto oltre il recinto. Aspettavo. Aspettavo che la porta del mondo si riaprisse. Poi la vidi tornare. E insieme a lei, come un’esplosione trattenuta troppo a lungo, Giulbars. Successe tutto in un istante. Non cammino'. Non corse semplicemente. Si lancio' verso di me con una forza che sembrava cancellare ogni distanza, ogni assenza, ogni tempo passato lontano. Io aprii le braccia senza pensarci. E lui mi salto' addosso. Intero. Vivo. Tremendo nella sua gioia per abbracciarmi con le sue zampe. Comincio' a leccarmi il viso senza sosta, gli occhi, le guance, la bocca, come se volesse cancellare ogni secondo in cui non ci eravamo visti. Era un gesto frenetico, assoluto, senza misura. Rideva con il corpo. Era felicita' pura. E non era solo il suo ritorno. Era il riconoscimento. Come se il tempo non avesse mai avuto il potere di spezzare cio' che tra noi esisteva. Poco dopo arrivo' anche mia madre. E accadde la stessa cosa. Anche lui la riconobbe subito, con la stessa identica gioia, la stessa corsa, lo stesso abbandono totale. In quel momento capii qualcosa che non sapevo ancora mettere in parole: che un legame vero non scompare quando viene interrotto. Sopravvive a distanza. E torna.  Ma purtroppo non me lo ricordo da grande e cosa fosse successo con lui dopo.

La terza stagione della mia memoria che riguarda i miei cani appartiene all’inverno e alla neve perche' era un cane della razza siberiana russa “laika”. Ai ricordi della casa della mia adolescenza che gia' si avvicinava all’eta' giovanile senza che io me ne accorgessi davvero. Il suo nome era Vernyi. In russo significa “Fedele”. Aveva anche un fratello gemello. Arrivarono entrambi piccoli, due cuccioli quasi identici, ma con destini completamente diversi.  Erano sempre i cani del mio patrigno defunto. Fin da subito si vide che non erano uguali. Uno era timoroso, fragile, inquieto. Si nascondeva, evitava gli sguardi, durante la caccia si rifugiava sotto gli alberi, come se il mondo fosse troppo grande per lui. L’altro invece no. L’altro era un vero fedele. Coraggioso, diretto, istintivo. Non arretrava davanti ai cinghiali, ne' davanti all'orso, non si ritraeva davanti alla paura. Correva. Inseguiva. Proteggeva. Divento' rapidamente cio' che mio patrigno aveva sempre cercato: un cane da caccia completo, affidabile, forte, intelligente. Un cane raro. Un cane prezioso. Forse troppo prezioso. Perche' veniva rubato piu' volte dai colleghi e concorrenti del mio ex patrigno defunto. E un giorno scomparve per sempre. Anche lui. Come se il destino, in qualche modo, avesse imparato a portare via cio' che amavamo di piu'. 

Ma prima della perdita, c’; un’immagine che non si e' mai cancellata. E' inverno. La neve e' ovunque. Il mondo intero sembra fatto di silenzio bianco. Io sono ancora ragazza, o forse gia' adolescente, non saprei dirlo con precisione. Ho le mani fredde, le guance arrossate, e le slitte accanto a me. Dobbiamo andare a prendere i pacchi che arrivano da mio nonno, dalla Bielorussia. E' un compito semplice una volta alla settimana. Ma per me diventa un gioco, un viaggio, una piccola avventura. E Vernyi e' li'. Corre accanto a me nella neve. Sempre. A volte tira le slitte insieme a me, a volte mi precede, a volte scompare tra gli alberi e poi ritorna. Non e' un cane fermo. Non e' un cane legato come lo erano Giulbars e Vulkan. E' libero, autonomo e indipendente. Come la neve. Come il vento. E a volte, quando sono stanca, mi siedo sulle slitte e lui mi trascina, come se fosse la cosa piu' naturale del mondo. In quei momenti non esisteva differenza tra me e lui. Eravamo due movimenti nello stesso paesaggio bianco. Poi anche lui cambio' destino. Divento' conosciuto. Tutti lo volevano. Troppo. E come spesso accade con cio' che e' raro e prezioso, venne portato via. Rubato. Ricordo ancora il senso di vuoto che segu;. Ma soprattutto ricordo che, nonostante tutto, lui continuava a vivere dentro la memoria come una presenza viva, impossibile da cancellare. Perche' Vernyi non era solo un cane da caccia. Era la liberta' stessa che correva accanto a me nella neve.

Quando il sogno fini' e mi ritrovai di nuovo nella mia stanza, il cuore batteva ancora forte. Per qualche istante rimasi immobile nel buio, senza accendere la luce. Davanti ai miei occhi continuava a esserci il muso di Vulcano. I suoi occhi intelligenti. Le orecchie dritte. Quello sguardo attento che sembrava attraversare il tempo. Per anni mi ero chiesta perche', tra tutti gli animali incontrati nella mia vita, fosse proprio lui a tornare nei miei sogni. Non Giulbars. Non Vernyi.  Proprio Vulcano. Poi compresi che forse il sogno non parlava soltanto di lui. Vulcano era venuto ad aprire una porta. Dietro di lui erano arrivati tutti gli altri. Il cane che mi aveva salvato durante il terremoto quando avevo cinque anni. Il cane che aveva riconosciuto me e mia madre dopo essere stato rubato e ritrovato. Il cane che aveva corso accanto alle mie slitte sulla neve, accompagnandomi verso l'eta' adulta.

Tre cani. Tre eta' della vita. Tre stazioni. Tre modi diversi di amare. Vulcano mi aveva insegnato la protezione. Giulbars la fedelta' del cuore. Vernyi la liberta'.  Eppure, ripensandoci, avevano tutti qualcosa in comune. Non mi avevano mai chiesto nulla. Non il successo. Non la perfezione. Non di essere diversa da quella che ero. Mi avevano semplicemente accettata. Con la naturalezza e la sincerita' che soltanto gli animali possiedono. Forse e' proprio questo il loro dono piu' grande. Entrano nelle nostre vite senza fare rumore. Camminano accanto a noi per qualche anno. Poi il tempo li porta via. Ma non se ne vanno davvero. Continuano a vivere nei ricordi, nei sogni, nei luoghi segreti della memoria dove il tempo non riesce ad arrivare.


Fuori dalla finestra stava gia' sorgendo l'alba. Chiusi gli occhi per un istante. E mi sembro' di vederli ancora. Vulkan. Giulbars. Vernyi. Non piu' separati dagli anni e dalle distanze. Correvano insieme. Liberi. Attraverso un immenso paesaggio illuminato dalla luce dorata del mattino. E, per un attimo, anch’io corsi con loro.

Quel giorno mi mostro' il vero significato del sogno. Ma questo sara' un altro racconto.


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