Sospesa nell aria - Olga L. Juravlyova
Autrice: Olga Leonidovna Juravlyova
Il racconto ha partecipato nel concorso letterario "Racconti Estivi" dell'edizione 2026, organizzato dalla casa editrice "Historica", lo'ha vinto ed e' stato pubblicato a giugno 2026.
E proprio oggi, il 25 maggio 2026, nel giorno in cui il ricordo del nostro primo incontro nel 1999 torna a vivere con una precisione quasi dolorosa, ho riaperto una pagina della mia storia autobiografica che avevo chiuso a chiave, custodita bene con molta cura da anni, lontano da ogni sguardo curioso e invadente.
E ho ricominciato a riviverla come ogni anno, ma questa volta sono entrata dentro quel ricordo per descrivere quella nostra ultima estate insieme, l’estate del 2009. Quell’estate era cosi' calda, piena di passione e di un amore rinascente, colma di speranze per una vita nuova e felice insieme — e che, comunque, sarebbe diventata l’ultima della nostra storia comune.
Accadde a Tashkent, nella capitale dell’Uzbekistan. In uzbeko significa “la citta' di pietra”. Correva l’anno 2009, l’ultimo in cui sarei stata in Uzbekistan. Era anche l’ultimo giorno d’estate e faceva molto caldo: il 31 agosto, un giorno che non avrei mai potuto cancellare dalla mia memoria.
Di buon mattino arrivo' l’autista di famiglia. Carico' in macchina tutte le mie valigie, molto pesanti. Come vuole la tradizione russa, prima di uscire io e la mia mamma ci sedemmo un attimo in silenzio, pregando per rendere il mio viaggio verso l’Italia sereno, sicuro e leggero.
Si', partivo per l’Italia. Ufficialmente per studi all’universita'. Ufficiosamente, partivo per sempre. Dopo un minuto di silenzio assoluto, ci alzammo. Salutai il mio bellissimo appartamento, pieno di libri, quadri, fiori, piante e armonia, e uscimmo per andare all’aeroporto, verso un futuro estraneo e ignoto. L’autista ci aspettava con la sua solita pazienza, in un punto di non ritorno. Era ancora buio, ma un buio mattutino che prometteva bene una buona giornata, se sarebbe stata vissuta e trattata con la piena consapevolezza. Si intravedeva il Palazzo Bianco, la residenza dell’allora Presidente della Repubblica. Lo salutai nei miei pensieri: eravamo “vicini di casa”, come scherzavano spesso i miei amici, perche' abitavo nello stesso quartiere, a due passi dalla sua residenza.
La strada per l’aeroporto era dritta e deserta: non era lontano da casa mia. Quando arrivammo, c’era gia' molta gente. La mia mamma pianse e ci salutammo davanti all’ingresso. Io le chiesi di aspettarmi fino all’ultimo momento: chissa' che cosa mi sarebbe successo. Avrei potuto cambiare l’idea e non partire piu' per l’Italia. E chi lo sapeva? Ormai ero imprevedibile, e con me succedevano sempre cose insolite. Mi misi nella coda della fila molto lunga per il controllo di bagagli con un peso d’animo addosso difficile da trasportare in un’altra dimensione. Ero tristissima. Avevo mille dubbi sulla mia partenza. Meglio dire che non volevo partire per niente. Aspettavo una chiamata. Da lui. Senza quella, la mia decisione era sospesa nell’aria. All’improvviso arriv; un messaggio al posto della chiamata: “Non partire. Ti prego.”
Per un attimo la coscienza si annebbio', e quasi stavo per crollare. Da quanto tempo aspettavo quelle parole! E adesso non riuscivo a credere che me le avesse scritte davvero. Non riuscivo a credere che lui m’avesse chiesto di rimanere…Ma era soltanto un messaggio. Io, invece, volevo sentirlo. Volevo sentirmelo dire guardandolo negli occhi. Gli risposi: “Vieni all’aeroporto a salutarmi? Voglio sentirtelo dire guardandomi negli occhi.” La risposta arrivo' subito colpendomi come una spada: “No, non ci vengo.” Con le mani tremanti scrissi ancora: “Allora, mi chiami? Voglio sentire la tua voce.” E da l; arriv; un’altra risposta. Questa volta fu una doccia fredda: “No, non ti chiamo.”
Le lacrime mi sprizzarono dagli occhi. Premetti convulsamente il tasto del telefono con il suo numero, ma lui mi mise giu'. L’unica cosa che desideravo in quel momento era volare da lui sulle ali d’amore, abbracciarlo, baciarlo, amarlo con tutta la mia passione e restare. Ma lui taceva. Non arrivavano piu' messaggi. Solo silenzio. Un silenzio pesante, definitivo, totale. E lui sapeva tacere con una grande maestria. Persi il controllo, e la mia “Macchina del tempo” mentale mi trascino' in un folle vortice di immagini della nostra estate amorosa. Un’estate che allora non sapevamo se sarebbe stata l’ultima. Era il caleidoscopio delle nostre immagini vertiginose di quell’estate 2009, l’ultimo giorno della quale stavamo vivendo, realizzando ormai che le nostre strade si stavano separando consapevolmente.
Lo vidi seduto nella sua poltrona gialla del salotto, nel nostro appartamento a Tashkent. Era bello, forte, sicuro di se', serio come sempre, ma con un sorriso leggero. Indossava una camicia arancione chiaro e pantaloni neri classici, da stile business. Mi fissava con lo sguardo dei suoi occhi neri cosi' intenso che penetrava nel profondo dell’anima:
“Quindi hai deciso di partire per l’Italia?”
“Si',” gli risposi con sicurezza e tristezza. “Ho deciso di partire per sempre. Vista la nostra situazione di separazione…. con questa relazione sempre sospesa… con questa porta sempre socchiusa… Penso che per entrambi sia meglio vivere in Paesi diversi. Per me e' troppo pesante sentirti cosi' distante, pur vivendo nella stessa citta', a pochi passi.”
Lui annui' lentamente. “Bene. Rispetto la tua decisione. Se e' quello che vuoi.”
Poi mi chiese: “Sai gia' dove andrai?”
“Si'. Parto per Perugia. Sto preparando i documenti per l’Universita' degli Studi. C’e' un bel corso triennale in Mediazione Linguistica Applicata agli ambiti giuridico, economico e socio-politico. Con le lingue che avevo studiato: inglese, spagnolo, francese e tedesco. Per me e' perfetto.”
Il suo sorriso spari'. Il volto si irrigidi'. “Bene. Hai fatto la tua scelta. Come posso aiutarti?”
“Grazie per avermelo chiesto. Si', in realta' potresti aiutarmi molto.”
“Come?”
“Fra tre mesi parto per sempre… e mi piacerebbe passarli con te in modo sereno. Vorrei poterti ricordare nel modo migliore possibile.”
Non se lo aspettava. Il suo volto cambio': “Si'… ma cosa vuoi esattamente da me?”
“Da te voglio una cosa.”
“Quale?”
Lo fissai dritto negli occhi, senza distogliere lo sguardo, sicurissima e potentissima, con la mia ipnosi sempre vincente: “Voglio te!” Le mie pupille si dilatarono e rimasero immobili dentro le sue. Fu un ordine. Amavo dominare il suo spirito indomabile e sentire il mio potere su di lui.
Silenzio. Si alzava lentamente. Si avvicinava con prudenza. Prese il mio volto tra le sue mani forti e delicate e fisso' i miei occhi verdi nei suoi occhi neri. Poi mi sfioro' le labbra. Con una dolcezza e una passione improvvisa che mi tolsero il respiro. E in quell’istante, io caddi tra le sue braccia.
Cosi' rinacque la nostra storia d’amore, che durava tre mesi estivi molto caldi, pieni di sole, luce, passione, felicita' e soddisfazione, come se le nostre strade si fossero appena incrociate di nuovo, come era successo il 25 maggio del 1999.
Improvvisamente la nostra casa si riempi' di gioia: risate, sorrisi, attenzioni, rispetto, fiori, dolci, colazioni, pranzi e cene preparati da me, piccoli regali, doni preziosi, uscite, ristoranti, teatri, musei, amici, viaggi di coppia, montagne, piscine, sport. E, di conseguenza, l’amore reciproco e — come si rivel; — anche una speranza per il nostro futuro migliore insieme. Mi sentivo amata in modo assoluto. Diventai dolce come un millefoglie e buona come un pane appena sfornato. Ero al settimo cielo per la felicita' con gli occhi sempre pieni d’amore e con un sorriso onnipresente.
Anche lui era felice: pieno di energia, passione, tenerezza e amore. I nostri rapporti erano cosi' perfetti che iniziavo a dubitare del senso della mia partenza per l’Italia. Perche' partire, se tutto cambiava e ci sentivamo cosi' amati insieme? Lui esaudiva ogni mio desiderio: era sempre vicino, attento, rispettoso, affettuoso. Sentivo la sua volonta' profonda di fermarmi, di farmi cambiare l'idea. Ma non me lo chiedeva. Ero sempre piu' perplessa.
Un giorno arrivo' il momento di ritirare il visto. Tutti noi futuri studenti stranieri, fortunati e pieni di aspettative, eravamo riuniti nell’ufficio visti del Consolato d’Italia a Tashkent per ricevere i visti e le congratulazioni per quella difficile missione di studi in Italia. Eravamo circa in dieci. Il responsabile dell’Ufficio Visti, visibilmente felice, ci consegno' i passaporti con i visti. Tutti, tranne me, cominciarono a ridere, a farsi gli auguri, a ringraziarlo. Io invece, all’improvviso, sotto gli occhi di tutti, scoppiai in lacrime. Calo' un silenzio di pietra.
Il responsabile, sorpreso dalla mia reazione, mi chiese con cautela:
“Mi scusi, signorina Juravlyova. Ma che cosa Le e' successo, una nostra traduttrice di fiducia? Non e' felice di andare in Italia? Non vuole partire?”
Tra le lacrime, la vergogna e la disperazione sussurrai: “No.”
Il diplomatico, con gli occhi sgranati:
“No?! Non mi era mai successo. Perche'? Ha una fiamma qui?”
“Si',” risposi, sempre piu' piano.
Il diplomatico sorrise: “Non si preoccupi. Perugia e' una citta' molto bella e accogliente. I perugini sono amichevoli, con il cuore aperto. Si sposera' presto. Mi creda.”
L’ultima settimana prima della partenza era particolarmente triste. Lui divento' serio, e io sempre piu' taciturna. Faceva tutto cio' di cui avevo bisogno. Ma non mi chiedeva mai di restare. Io, invece, vivevo nell'attesa. Non volevo piu' partire. Desideravo che mi trattenesse con tutta la forza possibile del suo essere: con le emozioni, con l’anima, con i sentimenti e persino fisicamente. Non volevo lasciarlo: quell’estate eravamo stati felicissimi. Sentivo che non voleva lasciarmi andare, ma aspettava che fossi io a rinunciare alla partenza per una mia spontanea volonta'.
La domenica il 30 agosto 2009, il giorno prima della mia partenza e l’ultimo giorno in Uzbekistan che potevo dedicare al mio addio, andai con la mamma al rinomato complesso religioso di Hazrati Imam, a Tashkent. Li', nel museo della madrasa, veniva custodita una straordinaria reliquia del VII secolo: il celebre Corano di Osman, un manoscritto, redatto su pergamena, considerato il piu' antico esemplare superstite del libro sacro dell’Islam.
Andai li' per stare in un luogo sacro, amato da lui, prima di partire e chiedere di illuminargli il cuore. Pur essendo cristiana, mi inginocchiai in uno dei luoghi piu' sacri dell'Islam, pregando per lui, un uomo musulmano per chiedere una sola cosa: che lui trovasse il coraggio di chiedermi di rimanere.
All’improvviso il flusso dei miei ricordi estivi veniva interrotto da una voce femminile brusca:
«Signorina, il Suo bagaglio supera il peso consentito.» La mia attenzione torno' immediatamente alla realta'. Io mi resi conto che la fila continuava ad avanzare mentre restavo intrappolata nei ricordi della nostra estate e nella mia difficolta' di prendere una decisione. Gli altri futuri studenti avevano gia' superato i controlli ed erano saliti a bordo dell’aereo, mentre io continuavo a chiedermi che cosa e chi avrei dovuto lasciare indietro.
E proprio in quell'ultimissimo momento arrivo' un nuovo messaggio. Da lui. «Resta. Ti prego. Ti amo. Faro' tutto quello che mi hai chiesto. Sono d'accordo: avremo figli. Ti regalero' una villa di tre piani con una piscina sul tetto, come hai sempre desiderato, e ci vivremo felici insieme. Ti permettero' di guidare la macchina e ti comprero' la migliore Jeep. Ti permettero' di lavorare e avrai il tuo Centro di Lingua e Cultura Italiana, come avevi sempre sognato. Ti aiutero' a creare la tua attivita', come mi avevi chiesto. Non partire.»
Mi giro' la testa e per un attimo persi l’orientamento. Erano proprio quelle le ragioni per cui ci eravamo separati e per cui avevo iniziato a preparare la mia partenza per l'Italia.
La solita voce femminile brusca mi fece riprendere la coscienza: «Signorina, parte o no? Sono gia' tutti a bordo e stanno aspettando soltanto Lei.» Mi risvegliai dai miei pensieri e mi accorsi di essere rimasta da sola davanti al controllo di bagagli. Non c’era piu' nessuno, tranne me. Gridai all’impiegata della voce brusca: «No! Non parto! Faccia riportare indietro i miei bagagli! Grazie!» Euforica, saltai in aria come una lepre e corsi verso la mamma: «Non parto piu'! Resto con te e con lui!»
Ad un certo punto mi fermai a meta' strada. Tirai fuori il telefono e rilessi il messaggio. La mia gioia svani' nel nulla in un istante, mentre il mio dialogo interno cresceva: “Sei d’accordo per avere figli con una donna cristiana?! Pensavo che dovesse essere prima di tutto l’amore della vita per poter avere dei figli. Mi permetterai di guidare una macchina?! Il permesso lo da' l'ufficio di motorizzazione. Mi permetterai di lavorare?! Ma questo e' un mio diritto, che tu mi negavi per dieci anni. Mi permetterai di avere una mia attivita'?! Il permesso lo danno l’Agenzia delle Entrate e la Camera di Commercio. Mi regalerai una villa?! Se lavoro, avendo la mia attivita', me la regalero' da sola. Mi comprerai una macchina?! Uguale. Mi farai creare il mio Centro linguistico-culturale?! Lo so gia' fare autonomamente. Mi stai comprando?!!! Non sono in vendita. Se mi ami, perche' dovrei avere i tuoi permessi per questo? Non sono una schiava. Sono nata libera. Sono una donna libera. E partiro' per dove voglio io, come lo fai tu stesso.”
In quel momento rividi i volti, i sorrisi e gli occhi delle mie allieve russe d’italiano, a casa mia, durante la mia serata di addio. Nutrivano grandi speranze per il mio viaggio ed erano orgogliose che la loro insegnante andasse a studiare in un’universita' italiana. Non potevo fermarmi, se ero veramente un essere umano libero.
Io feci un passo. Poi un altro. E mentre attraversavo il controllo passaporti, trattenni il respiro e lasciai andare la situazione pesante, concentrandomi su quello che sarebbe avvenuto. Sul mio avvenire creato da me stessa.
E questa volta partivo davvero, portandomi nel cuore la nostra fiamma e la mia mamma e, nonostante tutto, una speranza di tornare un giorno. Ma nulla sarebbe piu' stato come prima: l’aereo stava gia' decollando. Addio!
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