Il passaggio tra i due mondi - OLJ

Terni, il 31 maggio 2026 – 7 giugno 2026

Autrice: Olga Leonidovna Juravlyova

Il racconto ha partecipato nel concorso letterario "Racconti Umbri" dell'edizione 2026, organizzato dalla casa editrice romana Historica, l'ha vinto ed e' stato pubblicato nella medesima raccolta con i racconti di altri vincitori.

La narratrice rivive il 31 agosto 2009 dall'interno e racconta cio' che vede, sente e pensa in quel momento.

L’aereo dall’Uzbekistan era atterrato a Roma verso le quattro del pomeriggio. Era l’ultimo giorno dell’estate del 2009: il 31 agosto. Misi piede sul suolo italiano e sentii che nulla sarebbe piu' stato come prima. Indossavo un abito lungo di cotone con disegni geometrici di color verde, bianco e marrone, con maniche lunghe che assomigliava ad una tunica indiana tipicamente bella per il mondo musulmano, ma qui in questo contesto attuale mi appariva fuori posto. Ero piuttosto robusta: pesavo circa novanta chili che era comune per una donna appena spuntata dall’ambiente asiatico, pero' qui intorno a me vedevo soltanto donne magre e snelle. Non ero truccata e donne qui, invece, si' in modo elegante. Il mio viso aveva l’espressione di una bambina che aveva pianto a lungo durante il volo per la rottura col suo mondo sempre ben conosciuto. In quel momento stavo facendo un passo verso l’ignoto. Proprio nella leggendaria Citta' Eterna.

La prima cosa che facemmo con un gran piacere noi, nuovi studenti stranieri appena arrivati, quasi per convincerci di essere davvero arrivati in Italia fu mangiare un panino e prendere un caffe' in un bar dell’aeroporto. Ai miei occhi tutto intorno a me appariva insolito, anche se ero gia' stata in Italia prima. Soprattutto era molto insolito ritrovarmi ancora una volta, nella mia vita, nei panni di una studentessa. Perche' ormai non avevo quell’eta' studentesca e mi ero abituata ai viaggi da interprete con delegazioni uzbeke nella business classe con fuoristrada a noleggio e colazioni-pranzi-cene d’affari nei bei ristoranti. E questa volta, invece, ero una persona qualunque e per di piu', una studentessa. Mentre ancora sette ore fa ero una famosa traduttrice di fiducia dell’Ambasciata d’Italia a Tashkent, una interprete di trattativa per delegazioni uzbeke del settore di arredamento di lusso, un’insegnante di lingua italiana e inglese per russofoni e di lingua russa per diplomatici statunitensi e la moglie fuggitiva di un celebre oligarca uzbeko.

                L’immagine della mia versione uzbeka di me stessa che ero stata fino ad allora, ormai, si stava spezzando in mille frantumi con l’arrivo del treno per Perugia. Ero in compagnia di una studentessa della mia universita' uzbeka delle Lingue Mondiali. Lei era gia' stata a Perugia piu' volte, conosceva bene la citta' e la gente e tramite un suo amico aveva trovato in affitto un appartamento in centro per noi due. Ero seduta sul treno e guardavo il paesaggio che scorreva oltre il finestrino. Stamattina a Tashkent avevo salutato mia madre e nel pomeriggio a Roma sentivo ancora la sua voce nelle orecchie. Era tutto molto strano per me: non viaggiavo sui treni da molti anni, abituata a viaggiare in macchina con i miei autisti personali. Era un semplice treno regionale che ci aveva portato alla stazione Fontivegge di Perugia. Ci doveva incontrare in macchina il proprietario del nostro appartamento affittato. Quando stavamo per avvicinarci alla stazione in treno, la mia euforia di una speranza per una bella dolce vita italiana era svanita. Vidi una stazione ferroviaria provinciale, povera e trascurata, simile a quelle che avevo lasciato in Uzbekistan un secolo fa, quando mi ero trasferita dalla mia provincia uzbeka nella capitale. Pensai: “Mamma mia! Ma dove sono arrivata?”

         Avevo due enormi valigie pesanti. Meno male che il proprietario dell’appartamento arrivo' in tempo. Pero' le mie valigie occupavano tutta la sua piccola macchina e noi dovevamo arrangiarci da sole per poter arrivare al nostro alloggio perugino. Volevo prendere un taxi come mi ero abituata, ma la mia accompagnatrice, una futura studentessa delle relazioni internazionali, era categoricamente contraria per viaggiare in taxi con uomini sconosciuti, avendo scelto un pullman per il centro storico. Mi arrabbiai per essere stata costretta a seguirla, visto che la ragazza conosceva la zona dell’indirizzo dell’appartamento perche' ci abitava l’altra volta, quando aveva studiato all’Universita' per Stranieri di Perugia. Il pullman urbano era pieno di giovani italiani e stranieri. “Studenti”, pensai io. Era diretto verso il mio futuro prossimo, avvolto nel mistero. Il mio primo spavento di spazio e tempo lo provai, quando inizii' una salita molto ripida e lenta. Non aspettavo tale esperienza. “Mamma mia! Ma dove stiamo andando?! In una montagna?!” chiesi alla mia compagna del viaggio ad alta voce. “Sulla cima della montagna” rispose lei tutta tranquilla, ma con un suo solito sorrisetto. “Vero? E che cosa c’e' la'? L’Universita'?” non potevo calmarmi. “Certo. Ci sono l’Universita' e il nostro alloggio” disse lei senza un’ombra di dubbio. Ma io continuavo: “Sei sicura?” Per un attimo la mia mente fu attraversato da un pensiero che mi voleva vendere a qualche forma di sfruttamento o prendermi come un ostaggio, visto che ero la moglie che fuggiva dal marito oligarca. La ragazza mi fisso' con uno sguardo preoccupato, lasciandomi senza risposta. “Ma veramente! Dove mi sta portando questo pullman? In un villaggio montanaro isolato e lontano dalla civilta' e dimenticato da Dio?! E tra queste pietre dovro' vivere altri miei tre anni?!”, cosi' pensando, guardavo, come sara' venuto fuori molto piu' tardi, le mura medievali che facevano la cinta del centro storico dove era diretto il nostro autobus.

       “Finalmente ci siamo”, disse quella che voleva diventare una futura politologa, e scendemmo in una fermata di nome “Largo Porta Pesa”. Guardavo intorno a me tutta smarrita per il drastico cambiamento del mio quadro mentale del mondo. C’era una rotonda squilibrata con salite e discese, con un arco di pietra grigia rozza, una edicola piena di riviste di lavoro a maglia, un negozio di fiori, una panetteria, una pasticceria, un bel palazzo molto alto con molti appartamenti e una stradina stretta e vecchia di nome Corso Bersaglieri con palazzi a due, tre e quattro piani piccoli e vecchi dove stavamo per dirigerci. Ero completamente delusa e distrutta per questa “Bellavista” apparsa davanti ai miei occhi. Girammo in quella viuzza e dopo aver fatto quattro passi, fermammo davanti ad un ingresso in un parcheggio privato, chiuso con un recinto di ferro a sbarre. La politologa citofono' e usci' il proprietario. Era un italiano alto magro di cinquant’anni vestito nei pantaloni corti fino alle ginocchia e in una maglietta bianca con la bandiera statunitense. Apri' il recinto con la chiave e ci invito' ad entrare nel parcheggio. Ero allarmata.

                Dentro c’era un cortile con l’erba verde e costruzioni imbiancate di un piano con finestre e porte. Apri' una porta chiusa a chiave, dicendo che questo era il nostro appartamento. Entrando dentro in pianoterra, io finii in una cucina completamente attrezzata, con tavolo da pranzo, un frigorifero, un banco per colazione e un bagno con la doccia. Tutto appariva molto semplice, povero e spoglio. A destra c’era una camera stretta e buia senza luce e senza finestra con un vecchio letto singolo di ferro dell’epoca tarda sovietica e un armadio, che era la stanza della “futura politologa”. A sinistra c’era una stanza piu' ampia con due finestre e con due vecchi letti di ferro dello stesso stile, un piccolo divano per due persone, un vecchio armadio da nonna, una scrivania bianca con due sedie. Osservando quell’orrore, mi espressi: “Ma che cosa e'? Un’autorimessa rifatta? Per 500 euro?” Il proprietario di nome Claudio mi rispose in modo molto serio: “E’ quello che avete prenotato in Uzbekistan.” Mi opposi: “No! Avevo prenotato un appartamento con due ampie camere da letto, una cucina, un bagno e un cortile, ma non un’autorimessa in un parcheggio!” “Non c’e' nient’altro” rispose Claudio e usci' per portarmi le valigie. Io mi pentii di aver lasciato la mia vita confortevole per finire qui in una situazione di una povera studentessa straniera nel mezzo del nulla. 

                Gettai il mio celebre sguardo di ghiaccio nella “politologa futura”: “Io non rimango qui!” “E dove andiamo? Abbiamo gia' pagato la meta'”, mi disse con un tono piangente. La mia risposta fu agghiacciante: “Non mi importa! Io vado in un albergo di lusso! Tu puoi rimanere qui, se vuoi. Dove si trovano gli alberghi di lusso in questa montagna?” La ragazza: “In centro.” Io: “Come?! Non e' ancora il centro?” Lei: “C’e' un’altra cinta delle mura. Etrusche. Noi siamo dentro di quelle medievali.” E aggiunse: “Io devo uscire. Per cercare la mia facolta'. Domani e' il 1° settembre. E domattina presto c’e' l’esame nazionale di lingua italiana per tutti gli studenti stranieri in Italia che stanno per immatricolarsi. Devo sbrigarmi prima che calasse la sera.” Io colsi il suo messaggio. Ero arrabbiatissima. Anch’io dovevo andare a cercare la mia facolta' di Lettere per sapere dove sostenere lo stesso esame. Dovevo scegliere: il lusso o l’esame? Uscimmo insieme in un silenzio assoluto. Lei camminava prima di me per farmi la strada ed io la seguivo. La via era stretta, con un traffico costante e in salita. Via Pinturicchio, ben conosciuta dagli studenti stranieri. Gli edifici erano vecchi, fatiscenti, sporchi di nero a causa del traffico intenso. Il mio umore peggiorava con ogni mio passo e con ogni mio sguardo. Non mi aspettavo di vedere l’Italia cosi' sporca e brutta. Non potevo nemmeno immaginare la mia vita in queste condizioni. Ero profondamente abbattuta.

        Pensando cosi', non sapevo nemmeno che ogni mio passo mi avvicinava alla storia antica sospesa nell’aria. Dopo dieci minuti di cammino, avvolti dal silenzio totale, arrivammo in Piazza Grimana. Qui davanti ai miei occhi appariva una scena teatrale: a sinistra sorgeva una gigantesca porta-fortezza dalle pietre massicce grigio scuro come se fosse un vecchietto mitico, brillava una fontanella bianca e raffinata come una fanciulla, saliva in alto una ripida scalinata serpeggiante e davanti a me c’era proprio lei, la Padrona Perugina! E chi sarebbe stata questa lei?! Lei! Lei! E proprio lei! La storica celebre Universita' per Stranieri di Perugia! La Famosissima in tutto il mondo e la numero Uno in Italia per i suoi corsi di lingua italiana a stranieri e di aggiornamento professionale degli insegnanti d’italiano per stranieri. Finalmente la vidi in realta'! Alcuni nostri studenti uzbeki ogni anno venivano qui per fare un mese ai corsi intensivi di lingua italiana con una borsa di studio di Rotary ed erano sempre felici di averla vista in faccia. O meglio, in facciata. Io, invece, pur essendo un’insegnante d’italiano ben conosciuta a Tashkent, non c’ero mai stata e non avevo mai studiato qui. Adesso almeno potevo dire di averla vista. C’era un palazzo molto imponente di color pesca-rosa, molto nobile e con una fila di bandiere dei vari Paesi europei. Dovevamo passare proprio accanto per girare a sinistra dell’edificio per poter scendere giu' sulle scalette molto ripide in via Pascoli e proseguire verso la facolta' di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali che cercavamo in primis. Ma prima di prendere la scala, ovviamente non potevo fare a meno di scattare qualche foto del Palazzo Gallenga Stuart e dell’Arco Etrusco che era molto piu' antico del Colosseo, ma meno pubblicizzato ovviamente, una delle porte principali della cinta etrusca perugina per poter entrare nell’Acropoli, oppure nel centro storico “Dentro le Mura” come lo chiamava la gente locale.

         Dopo altri cinque minuti della nostra marcia decisa, vedemmo un alto e lungo recinto di ferro a sbarre. I cancelli erano spalancati, ed entrammo dentro. Davanti a noi si ergeva un edificio di quattro piani dell’inconfondibile aspetto sovietico che sembrava un edificio amministrativo statale. Si', era proprio quello che cercavamo: la facolta' di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Pero' insieme ad un’altra facolta', quella dell’Economia. L’edificio mi piaceva e immaginavo l’elite della gioventu' che ambiva di iniziare la propria carriera qui. Per un momento sentii un forte dispiacere di non aver scelto questo indirizzo di studio. Non potevo nemmeno sospettare che entrambe le facolta' fra poco sarebbero diventate anche le mie. La porta era gia' chiusa per la sera e non c’era nessuno nel cortile. Tuttavia, Ania, la mia compagna dell’avventura accademica, era molto orgogliosa e felice e sorrideva perche' sapeva dove andare domattina verso le nove per dare l’esame d’ammissione. La sua missione di oggi fu compiuta.
 
                Ora era il turno di compiere la missione mia, ma ovviamente con l’aiuto di Ania. Per poter farlo mi invito' ad attraversare il viale alberato e salire su un’altra scala ripida e serpentina fatta di pietra rozza e grezza e circondata dalle ricche piante, che portava proprio fino alla cima, dentro la cinta etrusca. Questa volta sentii il mio sovrappeso e il mio lungo abito dalla forma rettangolare che non permettevano di muovermi liberamente. Ancora non sapevo che questa scalinata sarebbe diventata un mio solito percorso di andata e ritorno giornaliero per pranzi e cene gratuite nella mensa studentesca che sarebbe stata la mia unica nutrice per tre anni. Dopo la salita davanti ai miei occhi spalancati e meravigliati sullo sfondo dell’azzurro intenso del cielo e del verde acceso del prato sorse una fantastica favolosa e fiabesca costruzione tutta di pietre bianche e di color rosa delicatissimo che sembrava una dolce torta di compleanno fluttuante nell’aria in forma di una chiesa. Per la prima volta, in questa giornata di passaggio da un mondo all’altro, un sorriso illumino' il mio volto spento. Ancora non potevo sapere che questo luogo considerato “un pantheon perugino per famiglie patrizie” mi avrebbe fatto nascere la mia prima poesia in italiano intitolata “Notte delle stelle cadenti”.

La stradina medievale ci conduceva alla ricerca del Palazzo San Bernardo in via degli Offici dove l’indomani mattina si sarebbe svolto l’esame d’italiano per stranieri che speravano di immatricolarsi nei corsi della facolta' di Lettere come me. “Strada, tirami su!” pensai io, stanca morta. Con una certa difficolta' trovammo la sede della filologia germanica situata in una piazzetta. Ero delusa per le sue dimensioni non monumentali. Ma non potevo immaginare che in questo posto cosi' piccolo avrei trovato gli insegnanti d’oro con i quali avrei studiato l’inglese e il tedesco per altri cinque anni della mia vita perugina. Fotografai tutta la segnaletica del luogo per non perdermi domattina, e salimmo verso la piazza Morlacchi, dove vidi almeno il portone d’opera d’arte del Palazzo Manzoni, che ospitava la mia facolta' di Lettere dove avrei passato la mia seconda gioventu' da studentessa.

Da li' girammo a sinistra in via Cesare Battisti per poter scendere giu' verso l’Arco Etrusco e poi proseguire in via Pinturicchio verso Largo Porta Pesa per farmi capire come all’indomani presto raggiungere il Palazzo San Bernardo nel modo piu' sicuro e piu' veloce possibile per non essere in ritardo all’esame. In questa via mi aspettava una terza sorpresa mozzafiato – il ponte col suo belvedere su tutta la cinta delle mura etrusche che serpeggiavano lungo la strada scendente proprio verso il Palazzo Gallenga. L’Universita' per Stranieri illuminata dalle luci d’oro e in compagnia con l’Arco Etrusco era monumentale al crepuscolo. Tuttavia, sotto i miei occhi apparve un altro monumento storico – una larga scalinata che portava verso un percorso pedonale suggestivo che assomigliava ad un acquedotto romano, collegando la Signora di Perugia, cioe' la celebre Fontana Maggiore dell’Acropoli, con il Monte Pacciano che sette secoli fa inizio' a nutrirla con le sue acque vere e pure. Non sapevo ancora che questo tracciato medievale mi avrebbe collegato con la mia borsa di studio, la mia palestra, la chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, il Tempio di San Michele Arcangelo e che sarebbe diventato un mio percorso principale per poter fuggire dal centro storico per immergermi nel silenzio della meditazione, tra la natura e l’anima mia. Non sapevo che la mia nuova storia era gia' iniziata e stava gia' prendendo la forma, e il mio passaggio tra i due mondi era gia' avvenuto. Il portale veniva chiuso. Non si poteva piu' tornare indietro. E buona notte! Domani ci sara' l’esame.


Ðåöåíçèè